IL COMPLESSO MUNUMENTALE

Restauri ed Affreschi

La chiesa di Santa Sofia è stata oggetto, nel corso del tempo, di  diversi restauri.
Nel secolo XII la chiesa subì infatti un primo restauro che, lasciandone intatta la pianta  originaria, vi aggiunse un campanile sulla parte sinistra della piccola facciata ed un elegante  protiro all’ingresso, poggiato su quattro colonne. Questo determinò il parziale abbattimento  della facciata, che in origine era lunga solo 9 metri.

Nella lunetta centrale, al di sopra del nuovo portale così realizzato, venne anche inserito un  bassorilievo che ora si trova sulla porta d’ingresso della chiesa. All'interno si sostituirono i due  pilastri all'ingresso con colonne e si sistemò una "schola cantorum" nell'esagono centrale.
Dopo questo primo restauro ne segue un secondo che possiamo definire “barocco”; con la ricostruzione in forme barocche del 1698 dovuta all’allora Arcivescovo di Benevento  Cardinale Orsini – divenuto poi Papa Benedetto XIII – si apportano radicali trasformazioni  che determinano la scomparsa della primitiva configurazione longobarda e causarono la quasi  completa distruzione dei preziosi affreschi del secolo IX.
Gli interventi consistettero, tra l’altro, nella trasformazione della pianta da stellare a circolare,  nell’abbattimento e ricostruzione in nuove forme dell’abside centrale, nella rastremazione  degli otto pilastri e nella realizzazione della nuova facciata, tutt’ora esistente. Si realizzarono  inoltre due cappelle laterali e la sacrestia. L’interno fu completamente intonacato ed arredato  secondo il gusto barocco.
Il reastauro più importante è però quello moderno: nel 1951 iniziarono, a cura della  Soprintendenza ai Monumenti di Napoli,i lavori di restauro che permisero di riportare alla luce  l’originale schema strutturale murario longobardo e di completare poi le parti demolite o  manomesse in occasione della trasformazione barocca.
In particolare furono eliminate le due cappelle a lato della facciata, l’abside centrale ed il muro  circolare che aveva incorporato gli spigoli esterni delle pareti stellari. Queste ultime vennero  ricostruite seguendo le indicazioni fornite dalle ricerche archeologiche. Leggeri furono invece  gli interventi sulla facciata barocca: furono obliterati i due finestroni ed il rosone, mentre il  portale fu arretrato nella posizione originaria.
Nel 1947, nell’ambito dei lavori di restauro del dopoguerra, Giorgio Rosi metteva in luce le  due absidi minori, e faceva così scoprire i resti di affreschi che allora furono ritenuti del IX-X  secolo. Ma fu nel 1951, che completati i saggi preliminari, ebbe inizio un’organica opera di  restauro condotta da Antonio Rusconi, opera che, compiuta nel 1957, ha restituito alla chiesa  il suo aspetto originario, eliminando le modifiche apportate nel Seicento fatte per porre riparo  ai danni provocati dal terremoto del 1688.
Il ritrovamento di queste pitture è di fondamentale importanza; esse s’inseriscono, infatti, in  quel contesto di rivalutazione dell’arte medievale che svalutata dal momento in cui appaiono i  grandi movimenti artistici della seconda metà del XII secolo, da Nicola Pisano a Cimabue  viene, fino a questo momento, accantonata per lasciare spazio soprattutto all’archeologia e  all’arte rinascimentale.
Nella concezione ottocentesca è al Rinascimento che va dato un posto primario,  probabilmente perché è in questo particolare momento della civiltà italiana che si vede una  sorta di rinascita rispetto all’arte del medioevo considerata, per lungo tempo, come  espressione dei “barbari”.
È in questo clima culturale, dunque, che va inserito il ritrovamento degli affreschi di Santa  Sofia a Benevento, scoperta che ha contribuito alla rivalutazione dell’arte medievale e ad una  ripresa degli studi in questo senso, in un clima, quello degli anni ’50, in cui sembrano esserci  grandi passi avanti verso gli studi medievali, con particolare attenzione all’Alto Medioevo;  basti pensare, a tal proposito, alla fondazione in questi anni del Centro Italiano di Studi sull’ Alto Medioevo di Spoleto1, che ha rappresentato e continua a rappresentare nell’ambito della  ricerca medievistica una istituzione fortemente stimolante, un’occasione d’incontro e di  dibattito scientifico di altissimo livello.
Il primo ad occuparsi dello studio degli affreschi fu il Bologna nel 1950. Tuttavia a causa  della frammentarietà degli affreschi lo studioso non è in grado di darne un’interpretazione  iconografica, per cui si limita a metterne in evidenza la qualità artistica per cui denuncia uno  stile carolingio – ottoniano e per i quali propone una prima datazione intorno al IX – X  secolo.
Il Bologna in seguito si occupa nuovamente degli affreschi beneventani giungendo alla  definitiva messa a punto della loro ricostruzione grafica: i brani più importanti sono dedicati  alle Storie di Cristo e si trovano nelle absidi minori; in quella di sinistra sono rappresentate  scene della Storia di San Giovanni Battista, mentre nell’abside di destra si svolgono Storie  della Vergine.
Lo studioso espone inoltre con chiarezza il fatto che le pitture di Benevento poggiano, senza  altri strati sottostanti, su tratti di muro che appartengono con certezza ai più antichi di tutto  l’edificio e in più evidenzia il fatto che altri frammenti di affresco, dello stesso carattere di  quelli delle absidi e appartenenti allo stesso strato, si trovano sulle mura dell’anello  perimetrale della chiesa e che uno si trova a cavallo dell’angolo in cui due parti superstiti dei  tratti murari a zig – zag si congiungono. Di qui la conclusione che le parti murarie a zig – zag  appartengono con certezza alla stessa fase dell’edificio a cui risalgono le absidi laterali e che  dunque parti murarie e affreschi non possono non essere contemporanei.
In base a quanto scritto sarebbe interessante sviluppare delle nuove prospettive di ricerca; gli  affreschi della chiesa di Santa Sofia, ad esempio, non sono stati studiati con le nuove tecniche  d’indagine dei materiali, utilizzati nel campo della chimica e della fisica e applicate ai beni  culturali.
Le opere di cui si occupano discipline come la storia dell’arte o l’archeologia, portano in sé la  storia della loro fabbricazione, del loro uso e della loro conservazione e se parte di questa  storia è visibile, una parte resta nascosta sotto la loro superficie; per questo ai tradizionali studi  di stile o di forma sarebbe stato opportuno affiancare queste nuove tecniche di analisi dei  materiali per contribuire ad uno studio più completo, nel nostro caso degli affreschi di Santa  Sofia, fornendo utili informazioni sulla loro datazione, sull’analisi dei materiali e sulla tecnica  di esecuzione.
Senza entrare nel campo della fisica applicata ai beni culturali, di cui queste tecniche  d’indagine fanno parte, è sufficiente sapere che questi metodi permettono di determinare la  datazione di un oggetto, la sua provenienza e la sua collocazione storico – artistica, nonché di  fornire un valido aiuto per le opere di restauro.
Si coglie, dunque, l’importanza che i risultati di queste tecniche potrebbero avere una volta  applicate a cicli di affreschi con una travagliata storia critica, come quello di Santa Sofia di  Benevento: innanzitutto si potrebbero avere informazioni più precise sulla sua datazione e  avere così conferma di quanto proposto dagli studiosi, che fanno risalire queste pitture all’ VIII secolo; dati i vari rimaneggiamenti subiti dalla chiesa di Santa Sofia si potrebbero  riconoscere le parti originali da quelle eventualmente aggiunte in seguito nel corso di  interventi di restauro e contribuire così alla corretta ricostruzione della storia di questo ciclo  pittorico, infine, dal momento che queste tecniche permettono anche di comprendere la  provenienza delle materie prime utilizzate per la realizzazione degli affreschi, potrebbero  essere utilizzate per avere informazioni sulla loro origine.

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